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Web 2.0 e oltre: esserci non basta più

social_networksFino alla fine degli anni ’90 l’imperativo era “esserci”: una sorta di presidio digitale sul fenomeno nascente, internet, che in molti avevano bollato come una  moda. Una presenza che raramente portava a reali benefici, se non quello del “prestigio” rispetto a chi ancora non c’era. Una vetrina che sembrava poter attribuire autorevolezza per il solo fatto di esibire qualcosa.
L’inizio del decennio successivo ha evidenziato che esserci serviva a ben poco, se nessuno lo sapeva. La nuova esigenza quindi è diventata “emergere”, cioè avere una buona visibilità sui motori di ricerca grazie all’applicazione delle best practices in materia di SEO e alla sottoscrizione di campagne di advertising.

Un nuovo fenomeno, nato intorno al 2005 e da allora in crescita esponenziale, sta nuovamente cambiando le regole del gioco. E’ l’era dei social-network. Facebook, twitter, linkedin, google+  e molti altri, nati con finalità e target di utenti diversi, hanno alcune caratteristiche in comune: iscrizione gratuita, possibilità di stabilire relazioni tra gli utenti, possibilità di interagire in tempo reale.
Il più diffuso tra i social network, facebook, ha una popolazione virtuale che, secondo le più recenti stime, raggiungerà 1 miliardo persone entro la fine del 2012.

Catalogare un simile fenomeno come una moda passeggera significa avere il paraocchi e ignorare il fatto che questo fa ormai parte della normalità nella vita dei “nativi digitali”, e che si sta espandendo in ogni fascia d’età.  
Se a livello personale restare ai margini della rivoluzione-social può costituire una scelta di vita, più o meno condivisibile, a livello professionale e aziendale equivale a un suicidio.

La scelta, per le aziende, non è esserci o meno: è, semmai, interagire cercando di convogliare consensi, o ignorare e lasciarsi travolgere. E’ come essere in mare con le vele ammainate: ci si muove comunque, ma la direzione non siamo noi a controllarla.

Centinaia di milioni di persone che parlano, condividono, esprimono opinioni, non solo costituiscono un formidabile potenziale bacino d’utenza per i nostri servizi, ma di fatto scrivono e determinano la reputazione del nostro brand, e di conseguenza della nostra azienda.conversation
Le pubblicità sui media tradizionali saranno sempre meno determinanti sull’acquisto di beni e servizi, mentre le scelte saranno sempre più influenzate dall’umore, dai feedback e dalle tendenze delle comunità virtuali.

Stabilire un canale di comunicazione sui social media significa poter monitorare cosa si sta dicendo del nostro brand, poter intervenire tempestivamente qualora il feedback non sia quello sperato, e recepire in tempo reale quali sono i nostri punti di forza e le nostre carenze.

Il fatto che i social-network siano strumenti gratuiti non significa però che la presenza delle aziende su queste piattaforme sia a costo zero. Serviranno investimenti sulla pianificazione delle web-strategies e sulla loro applicazione; si renderà necessaria l’introduzione di nuove figure professionali, quali il community-manager, e una diversa strutturazione dei flussi comunicativi.
Parlare di investimenti in momenti in cui aleggia lo spettro della recessione può sembrare inopportuno, ma si tratta di applicare strategie che possono risultare determinanti per acquisire nuove quote di mercato e creare nuovi posti di lavoro.

Aziende non strutturate e di piccole dimensioni, negozi, imprese artigiane, pur non potendo destinare risorse economiche, possono comunque partecipare attivamente alla rivoluzione social, semplicemente investendo un po’ del proprio tempo nel creare una piccola community su facebook, su twitter, o sul social-network preferito, e interagire con essa.
Qualche minuto al giorno, che diventerà a breve un gesto automatico come aprire la posta elettronica o consultare le news, ma che consentirà una certa visibilità su un vasto bacino d’utenza, riuscendo altresì a monitorare e a migliorare la propria brand reputation.
 

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